Counseling - Attraversare le difficoltà: dall'ombra alla luce

Cosa ci ha fatto di male il dolore?

Accolgo la signora T. nello studio, è il secondo incontro. Noto che mi rivolge un sorriso appena troppo ampio, rispetto alla qualità dello sguardo, che è muto.
Quando si siede resto in silenzio perché sia lei a iniziare, e la osservo mentre le sfuggono rapide occhiate di traverso ai fazzolettini riposti sul tavolino accanto. Come interrompendo un dialogo interno, improvvisamente: “Ah! Io oggi non voglio piangere eh!”
Ma le lacrime sono già lì, un misto di rabbia e paura.


Nel mio lavoro accade spesso, arriva un momento in cui la persona prende contatto con emozioni dalle quali si è difesa per anni.
In certe fasi della vita può succedere che ci si trovi in condizioni tali, per un lutto, una perdita, una separazione, una malattia, una generale mancanza di senso e direzione, per cui le strategie difensive che sono state funzionali ad “andare avanti” non lo sono più e si scopre che si è innescato un processo per cui i disagi generati sono maggiori di quelli che si volevano evitare.
E c’è un momento nel percorso che abbiamo scelto per aiutarci, in cui la maggior parte di noi teme che entrare in contatto con la tristezza e con il dolore significhi togliere il coperchio al famoso vaso, e che sprofonderemo nel pozzo di tutte le emozioni sepolte e mai ascoltate.


Ma perché investiamo tanta energia nell’escludere il dolore dall’esperienza? Che cosa c’è di tanto spaventoso nella tristezza? Cos’è che fa tanta paura?


Certo è che la nostra tendenza a evitarla è istintiva. Siamo abituati a farlo fin dalla tenera età: “Smetti di piangere, va tutto bene, non essere triste”. Ce lo hanno detto e ripetuto da piccoli e da adulti tendiamo a ricalcare il messaggio: “la tristezza va evitata.”


E’ così che inizia la storia delle strategie adottate per rimuovere le emozioni che consideriamo “negative”: possiamo razionalizzare, soffocare la tristezza, la mancanza di senso, il senso di inadeguatezza o il nostro dolore più intimo cercando distrazioni di diverso tipo, come perpetuando l’illusione di svegliarci restando addormentati.


Possiamo aver trovato il modo di proteggerci dal dolore evitando di avvicinarci troppo agli altri, o facendo in modo di non raggiungere mai i nostri obiettivi, possiamo dare agli altri al limite del sacrificio o preferire una relazione infernale piuttosto che prendere atto della nostra solitudine, o sviluppare una qualsiasi dipendenza.


Ma come dicevo, se una strategia è stata utile a difenderci una volta è possibile che a un certo punto della vita diventi un limite.
Perché tanto più ci allontaniamo dalle emozioni profonde, dal contatto profondo con noi stessi tanto più ci allontaniamo dalla vita.
E siccome non è possibile selezionare una sola delle emozioni nella gamma, rimuovendo quelle”negative” perdiamo contatto anche con la vitalità delle altre, sane, adattive: il desiderio, la passione, il calore, la gioia, la capacità di empatia, la compassione…in definitiva spesso perdiamo il contatto con il nostro vero sé, e con un senso pieno della vita.

Credo che concedersi di lasciare affiorare il dolore possa rappresentare un fattore di risveglio. E con ciò non intendo fare l’apologia della sofferenza, non credo affatto in un’idea di dolore salvifico, sublime o segno di una attitudine particolarmente profonda o spirituale. Soprattutto se il dolore mette radici nell’autocommiserazione, rischiamo di restarne paralizzati.


Si tratta di permettersi di sentire. Si tratta di comprendere la sofferenza, per esserne liberi.
No, non è una via semplice. E’ possibile che staremo scomodi per un po’, che quello che vedremo non ci piacerà.
Ma se permettiamo alla sofferenza reale di emergere nel momento reale, in un ambiente sano, sicuro e privo di giudizio, possiamo osservarla attraversarci come un’onda, raggiungere il suo apice, e scivolare via.
Soprattutto questo incontro può aprirci gli occhi, insegnarci qualcosa su noi stessi.


La mia scelta di lavorare e crescere nella relazione di aiuto affonda le sue radici nell’urgenza di dare un senso, anche al dolore, ed è cresciuta nella ricerca, nella necessità di comprensione della realtà autentica. Attraverso il viaggio ho riconosciuto maestri per i quali nutro una profonda gratitudine, ma posso dire che il maestro più efficace e
necessario si è presentato sotto la forma del dolore. Tra i suoi insegnamenti, quello per me più grande e trasformativo è questo: il dolore è una realtà, ma la sofferenza, quella ce la mettiamo noi.


Prenderne atto, sentire questa come intima verità e sperimentarla, dà l’avvio a un processo di assunzione di responsabilità e di liberazione. L’inaugurazione di un viaggio che non finisce, per il quale l’equipaggiamento si trova camminando: la pazienza, l’accettazione del tempo aritmico e non lineare dell’interiorità, l’onestà necessaria per guardare nel proprio specchio senza infingimenti, la compassione per la propria e altrui umanità. Ma credo che il primo passo sia, sempre, un atto di coraggio e di fede nel proprio spirito.


Per questo so che quando la persona arriva nel mio studio ha già percorso molta strada. Il mio compito è quello di accompagnarla per il prossimo tratto tra bosco e radure, onorando il percorso già fatto, sostenendo la scoperta delle sue risorse per tracciarne uno nuovo, se necessario, più autentico e vitale.


Ciò non significa che tutto il dolore sparirà per sempre, che non ne saremo mai più toccati, ma possiamo imparare a sentire quando nasce, possiamo accoglierlo, dargli voce e parole, farne racconto e senso e nel lasciarlo andare scoprire di poter continuare a vivere, ma più autenticamente, con maggiore apertura mentale, con più vitalità e un maggiore senso di radicamento e di equilibrio nel territorio ampliato del senso della nostra storia personale.


Krishnamurti ci invita:
“E’ possibile rimanere con questo dolore? Posso guardarlo, tenerlo tra le mani come un gioiello prezioso, senza fuggire, senza reprimerlo o razionalizzarlo, senza cercarne le cause, ma contenerlo come un vaso contiene l’acqua? Contenere questa cosa chiamata dolore, la sofferenza di aver perso un figlio, di sentirsi soli, senza fuggire da quella solitudine, non reprimerla, non razionalizzarla intellettualmente, ma osservarla, comprenderne la natura e la profondità.”

 

 

Giovanna Capogrossi (Counselor Gestaltico Integrato – Insegnante di tecniche della meditazione) riceve presso Sorgente su appuntamento.

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